UGO DETTORE.

Saggio critico su: LUDOVICO ARIOSTO.
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          FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
       BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Individuo e fatalit nel Furioso.
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Tratto da:
Orlando Furioso. in Dizionario letterario delle opere e dei personaggi. Volume quinto.
1957 Bompiani Editore, Milano.
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Tutte violenza sono le vicende di Rodomonte, il pi terribile dei Saraceni, che domina talora con la sua facinorosa furia.
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Ma, se nell'assedio di Parigi egli riesce forse a darci la pi potente immagine di truculenza che, dalla pi antica epica, si sia mai espressa attraverso il suo tipo, questo personaggio sa uscire inaspettatamente dall'unitonalit a cui sembrava destinato. Respinto dalla vezzosa Doralice, che gli preferisce Mandricardo, questo semibruto cade in una profonda crisi sentimentale e si apparta in un cupo eremitaggio presso Montpellier, maledicendo l'amore.
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Ed ecco affiorare da questa vicenda il dramma forse pi singolare di tutto il poema: giunge Isabella, la fanciulla gi salvata da Orlando, una di quelle figure di limpida femminilit di fronte alle quali il sorriso ariostesco si vela di tenerezza, dinnanzi al furente eremita.
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Il suo amato Zerbino le  stato ucciso da Mandricardo mentre egli tentava difendere le armi di Orlando, abbandonate alla rinfusa nella boscaglia dal folle paladino e da lui raccolte: a lei non rimane che la sua soavit e la sua pena.
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Rodomonte, appena vede la bella afflitta, dimentica a un tratto la sua improvvisata misoginia; ma ella  decisa a difendere in ogni modo la propria purezza. E tenta un tragico gioco: se il pagano la rispetter, ella gli dar un filtro che lo render invulnerabile.
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E crede, Rodomonte, con ingenuit insieme fanciullesca e bestiale, lascia che la fanciulla prepari il tragico infuso per suo stesso invito fa prova su di lei della virt del falso filtro menando un gran fendente sul fragile collo che ella gli porge.
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Solo dinnanzi a quel capo irrimediabilmente spiccato dal busto comprende, e un'improvvisa avidit di espiazione lo travolge, una forsennata mistica si schiude nell'animo di quello stolto, che eleva alla morta un grandioso sepolcro.
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Luce che per un momento invade assurdamente il pi brutale dei guerrieri, cos come assurdamente la bestialit aveva potuto travolgere in Orlando il pi puro degli eroi.
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Le avventure d'amore si moltiplicano, d'altronde, nel poema che ha per motivo centrale un'amorosa insania; nel vasto vagabondaggio di questi guerrieri che scorrazzano per il mondo nella scia o a capo di migrazioni di popoli, l'amore appare l'estro sempre vivo che spinge ognuno nella sua errante fatica: un amore che pu essere eroicamente patetico come quello di Isabella e Zerbino, trepido di sentimentalit come quello di Fiordiligi e Brandimarte, passionale e drammaticamente agitato come il legame che stringe Olimpia e Bireno, fatua, sensuale e pur gentile in Doralice e Mandricardo, meravigliosamente illogico in Angelica e Medoro.
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Ma pur nelle sue varie sfumature,  un amore che rimane sostanzialmente elementare, sotterraneo richiamo dei sessi, forza primigenia e impersonale che sospinge l'uomo cos come lo sospingono le sue cieche esigenze di guerra, di migrazione, di avventure.
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E si delinea in tal modo quello che, nel Furioso, appare come il motivo di fondo: il contrasto fra l'individuo conscio di s, della sua volont, dei suoi ideali, e una fatalit cosmica che tutto lo avvolge e a cui egli  segretamente sottomesso.
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Solo che questa forza non  il fato dell'antica Grecia, pura e impensabile volont, ma si rivela in immediato contatto con l'uomo stesso e dentro di lui:  la natura che lo circonda e che si afferma in lui e intorno a lui.
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Contemplata nelle sue forme pi smaglianti e pi schiette, nei suoi prati di smalto, nei suoi rivi di terso cristallo, nella sua stessa fantastica geografia dove gli spazi e le distanze diventano felice gioco di nomi, la natura mantiene tuttavia un fondo cieco e terribile in cui  riposta una verit capace di sbigottirci se ci fosse possibile considerarla in se stessa, ma che, per fortuna, si palesa solo per accenni, solo sfiorando l'uomo invece di distruggerlo, bonariamente ammonendolo nella vanit dei suoi sforzi senza tuttavia togliergli la generosa illusione dei suoi ideali.
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Per questo, a tratti, ma con insistenza, dopo tante valli ridenti, e boschi e fiumi, e colorite fioriture, appare nel Furioso un'isola deserta dove l'eroe viene sbattuto da un destino improvvisamente severo.
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E l tutto  squallore: l'incanto delle forme scompare di fronte al dramma dell'essere, la natura diventa tragica solitudine in cui l'uomo deve scegliere tra la disperazione e il colloquio con Dio.
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In una di queste isole avviene il duello dei sei guerrieri che conclude virtualmente il poema; ed  questo, salvo alcuni momenti nell'ultima lotta tra Ruggiero e Bradamante, l'unico vero duello del Furioso, il solo in cui l'uomo ha innanzi a s una vera morte, e, oltre quella, il senso dell'eternit.
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Ma la natura non  solo intorno all'uomo, col suo sorriso imperturbabile e allettante e la sua terribile impassibilit:  dentro di lui, dietro la sua anima e la sua volont, fondo cieco di lui stesso, dal quale possono scaturire all'improvviso insospettabili brutture o frane di tenerezza  l'uomo dei primordi che continua a vivere entro l'uomo civile e ora lo strappa dalle mete raggiunte ora viene al suo soccorso riportandogli intatta una antica innocenza.
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Da questa concezione iniziale che investe di s tutto il poema, nasce il vero fatto nuovo introdotto dall'Ariosto nella grande narrativa: quel senso della prospettiva che fa vivere i personaggi non solo nel susseguirsi delle loro vicende ma anche nel sovrapporsi in profondit dei loro stati d'animo e delle loro creazioni.
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Non a caso l'Orlando Furioso nasce poco dopo che i grandi pittori hanno scoperto prospetticamente lo spazio; l'epica medievale rappresentava in superficie, per vasti affreschi, condensando nel personaggio, fin dal primo apparire, tutta la sua storia.
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Cosi ci si presentano le figure dantesche: complete e immutabili nel loro primo gesto o nella loro prima parola; e, quando le abbiamo viste o sentite, le conosciamo tutte: nella loro eternit non rimane posto per l'imprevisto.
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Ma i personaggi del Furioso si completano a mano a mano che ci vengono incontro come da una lontananza, prendono forma dal sovrapporsi di imprevedibili e contraddittorie forme che di volta in volta vengono ad assumere.
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Non si conosce Angelica fino a che l'incontro con l'amore non la trasforma; Orlando diviene personaggio completo solo dopo l'esperienza della folla e della redenzione; Rodomonte spezza bruscamente il suo tipo statico di violento per palesare in s impensabili capacit di religioso rimorso.
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E il poema stesso trova la sua unit e il suo significato solo quando lo si guardi in prospettiva, nel gioco di tutti i suoi episodi discordi, nel suo susseguirsi di sorrisi e di commozione, di risate e di sgomenti.
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In questo stratificarsi di primi piani, i personaggi sembrano perdere la loro coerenza cos come sembra perderla l'idea stessa dell'uomo; ma, in realt, un'altra coerenza si delinea entro un pi complesso dramma: da questo momento la faticosa lotta dell'uomo per la sua salvezza non  pi un fatto chiuso nella sola coscienza dell'individuo, un'elementare e limitata contesa tra i suoi egoismi terreni e la sua sete di divinit, ma una smisurata vicenda a cui partecipano tutte le energie del mondo.
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Per primo l'Ariosto riesce a vedere la creatura umana non pi in funzione della sua sola volont ma fatalmente coinvolta in un dramma di natura, che ora la travolge, ora  da lei travolto, condizionata da reazioni incontrollabili e irriflesse, elemento di un vasto sommuoversi il cui centro di gravit non  nell'individuo ma nel cuore dell'umanit e dell'intero creato.
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Trovi racchiuso, in questo poema scritto per gioco, lo spirito tragico ed eroico di quel naturalismo rinascimentale che, con il Bruno, vedr cadere i ponti tra gli animati e l'inanimato e dominare un'unica grandiosa vicenda, insieme miserabile e insigne, dove, tra contraddizioni e affermazioni, tra redenzioni e sconfitte, tra certezze palesi e segrete verit, la cecit primordiale del creato diventa luce.
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Ma, a tutto ci, la reazione poetica dell'Ariosto non  di furore eroico n di sbigottimento: creatura di quel primo Cinquecento dalle grandi illusioni e dai grandi errori, alle corti splendide dove la continua presenza della bellezza induce a muovere con passo leggero verso effimeri ideali di potenza, egli non sente la tragicit del suo mondo. La sua reazione  tutta sorriso: un sorriso che non  di ironia quanto di compiacimento.
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Al pari dei pittori del suo tempo, l'Ariosto pu raccogliere attorno a una scena di orrore o di angoscia chiarissimi spazi, e campagne, e rivi, e trasparenze lontane di cieli: pu rappresentare Olimpia o Angelica incatenate alla roccia, preda dell'Orca marina, e tuttavia indugiare in due meravigliosi studi di nudo, sentire come elementi di una stessa realt lo strazio degli animi e la chiara magnificenza delle carni.
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Il tutto si fonde sotto la specie del decorativo, che non  esteriorit ma gioia consapevole e colta: il cupo dramma dell'uomo, che il Medioevo vedeva limitato in un'ascesi solitaria, trabocca in una natura animata e vivente che fa penetrare nell'intimo dell'individuo le sue esigenze e insieme lo ricrea con le sue apparenze smaglianti, che lo rende assurdo solo per farlo partecipare a quella coerenza che non  del singolo ma del tutto.
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E si delinea cos uno scetticismo positivo, in cui germinerebbe il seme di una pi vasta mistica se il poeta non si tenesse discosto da questo fatale maturare, se non si rifiutasse di impegnarvisi per goderne pi leggermente le possibilit e le forme.
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Solo per chi  cieco a questo spettacolo, solo per chi si affatica a isolare rigidamente l'assoluto bene o il male assoluto, solo per l'antica larva dell'eroe senza macchia e senza debolezza, separato dagli altri da un abisso di perfezione, sorride ironico l'Ariosto: momento critico a cui lo induce la festivit di un mondo appena scoperto e che appariva infinitamente pi ricco e pi vasto di quello della tradizione antica.
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FINE.
